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Riflessioni sullo stato dell’arte nella Scuola Pubblica della Repubblica post Covid-19



La saggezza popolare non tradisce mai, e tante situazioni della vita dell’uomo trovano una concisa ed efficace sintesi in un proverbio: “La gatta frettolosa...”, dedicato alla pazienza; “La calma è...”, che esalta la temperanza; “Il troppo...”, che può essere applicato al valore dell’equilibrio, etc. Ma il detto che più si adatta allo tsunami di pseudo-riforme della Scuola, succedutesi negli ultimi ventisette anni come le piaghe d’Egitto, pomposamente magnificate dando fiato alle trombe, col gesto perentorio del bravo direttore d’orchestra, da parte dell’inquilino/a pro-tempore di Viale Trastevere, è questo: “Non si fanno le nozze coi fichi secchi!”.
Al tempo del Post Covid-19 (PC-19), i problemi sono sempre gli stessi: funzione docente, numero massimo di alunni per classe, comportamento degli alunni in classe, rielaborazione personale a casa (studio), comportamento dei genitori nei confronti degli insegnanti, reclutamento dei nuovi professori. Per trovare soluzioni, la fila dei pseudo-esperti di Scuola si ingrossa sempre più. Sulla stampa nazionale si leggono lettere di genitori che esigono classi di nuovo al lavoro “in presenza” a settembre nelle aule scolastiche, ma non per la conclamata inadeguatezza della taumaturgica “Didattica a distanza”: semplicemente per varare una nuova fase di “babysitteraggio” da parte dei docenti nei confronti dei propri figli. Lo zenit del dibattito viene raggiunto con la proposta di tenere a casa metà delle scolaresche davanti allo schermo di un computer o di un tablet, e la rimanente metà sui banchi collocati secondo le regole del “distanziamento scolastico”. Ci sarebbe un articolo 3 della Costituzione ma “chissenefrega”... Esplode poi la polemica sui nuovi Concorsi a cattedra. A fronte di almeno 50.000 (forse 70.000) cattedre di Sostegno prive di titolare e appena 17.000 nuovi professori neo-Specializzati o Abilitati in Graduatoria a Esaurimento (GAE) o di Merito (GM), il ministro Azzolina ritiene sia più proficuo, per garantire la continuità didattica triennale o quinquennale gli alunni con disabilità, mettere a concorso 8.000 posti. Un amico avvocato mi ha spiegato che la Legge punisce la cattiva gestione della Pubblica Amministrazione. Speriamo!
La conclusione sarà sempre la stessa: il cittadino-insegnante dovrà rivolgersi ai giudici che sanzioneranno l’Amministrazione inadempiente e/o puniranno penalmente il Dirigente tracotante o delinquente. Perché si debbono sprecare tempo, energie e risorse della Magistratura per far sì che dirigenti e funzionari ottemperino ai doveri incontrovertibili della Pubblica Amministrazione? La differenza col passato è fondamentalmente questa: negli Anni Ottanta, certi Provveditorati erano covi di faccendieri e curatori di clientelismo, impegnati a “nascondere” cattedre sotto casa (per amici, amici degli amici, amanti, etc.); il supplente privato dei suoi diritti, e magari “spedito” illegittimamente ad oltre cento chilometri da casa, subiva e soffriva in silenzio. Oggi cresce sensibilmente il numero dei ricorsi e quello dei dirigenti regionali e provinciali della Scuola condannati dai TAR. Cosa aspetta il Governo a licenziarli in tronco, sbatterli in galera e trattenere dalla loro ipertrofica liquidazione il denaro pubblico da loro sperperato? Al Covid-19 piace tanto la Scuola dei fichi secchi...

Antonio Deiara